La lingua fusa


Autori: Daria Motta,
A cura di:
Traduzioni di:
Illustrazioni di:

Collana: Fondazione Verga
Genere: Saggistica
Data di pubblicazione: 16/12/2011
Disponibilità: Commercio
Numero di pagine: 408
ISBN: 978-88-7796-741-1

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Abstract 

Il volume costituisce il primo studio organico sulla lingua di Vita dei campi e integra in un’indagine testuale a tutto campo scelte linguistiche e motivazioni stilistico-retoriche, inscindibili nel Verga maggiore. L’intento è di confermare, sulla base di raffronti linguistici con i romanzi fiorentini e con quelli veristi, l’assunto critico per cui la raccolta può considerarsi luogo di sperimentazione testuale dei Malavoglia, di cui anticipa le principali innovazioni, soprattutto ai livelli lessicale e sintattico. Pertanto l’analisi è stata condotta sull’edizione del 1880, grammaticalmente e stilisticamente più innovativa rispetto a quella del 1897. Il libro si articola in tre capitoli: nel primo si ricostruisce il contesto storico-culturale e storico-linguistico in cui gli scrittori veristi, sulla scia della ricerca di demologi e folkloristi del primo e del secondo Ottocento, puntavano a una “filologia” del parlato popolare come fonte primaria per il rinnovamento della lingua. Si determinava così un “canone campagnolo”, di cui le novelle verghiane costituiscono il campione stilisticamente più rappresentativo. Nel secondo capitolo si rapporta la veste linguistica della raccolta alla norma coeva, rispetto alla quale i Promessi sposi costituiscono un modello imprescindibile. Il dato saliente e inatteso è che in Verga la dimensione retorica sovrasta in molti casi quella grammaticale, al punto da decidere le scelte fonetiche, morfosintattiche e lessicali. Inoltre, sul piano della sintassi e della testualità emerge la felice interrelazione tra strutture discorsive del parlato e dello scritto, specie nel discorso indiretto libero. Nel terzo capitolo si affronta il livello lessicale e fraseologico: delle tre componenti idiomatiche del testo, siciliana, toscana e tosco-siciliana, quest’ultima, costituita da termini e da espressioni condivise da toscano e siciliano, risulta la più praticata da Verga per attingere il “colore locale” in una scrittura destinata a un pubblico rigorosamente italiano. Il confronto con gli abbozzi e con le varianti delle novelle, operato sulla base dell’edizione critica di Carla Riccardi, ha evidenziato il fitto intreccio formale e semantico dei diversi elementi che creano il tessuto linguistico di Vita dei campi. Anche da questo punto di vista la raccolta può considerarsi il laboratorio dei Malavoglia, di cui prefigura decisamente le tecniche di rimando tra dialetto e lingua, e soprattutto tra la dimensione letterale e quella figurata.

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